pensieriminimi |
Una volta avevo un blog. Adesso ho solo dei pensieri minimi. per chi vuole scrivermi la mail è sempre quella là: figliadelgiaguaro@hotmail.com |
Quando avevamo diciott’anni il mondo era nero ed era bianco e molto meno complicato di quanto ci potesse sembrare e si poteva fare finta di niente, si poteva perdersi in considerazioni sul proprio posto nel mondo senza sentirsi outsider. Oggi il tempo per le domande è sempre più sottile e l’imperativo del produrre risposte impone incalzante il suo ritmo disumano. Quando mi sorprendo a guardare di sottecchi le foglie gialle attaccate a rami nerissimi o la luce del sole delle cinque mi domando impaurita quanto ancora durerà, per quanto ancora potrò rendermi conto di questo. Che il mondo non è solo aziende, occupazioni, dati, fogli, monete, ruoli, carriere, ma vita pura e semplice, respiri che non hanno bisogno di altro, superbi automatismi naturali che sfuggono a ogni risposta prodotta.
Sale piano, come un’esalazione del terreno, un progressivo sovrapporsi di veli gassosi uno sopra l’altro. Perché la nebbia sale non c’è dubbio, non cala mai dal cielo ma arriva dalla campagna portata dal vento e contagia ogni edificio con la sua morbida ombra. Nella nebbia fa freddo ed è facile nascondersi e sentirsi piccolissimi. A guidare nella nebbia sembra di viaggiare nel tempo, come se una volta finita, si venisse trasportati in un’altra dimensione, un altro luogo, un’altra vita. Invece tutto è uguale a se stesso, solo umido, solo come bagnato da un leggerissimo strato di lacrime impalpabile. La nebbia è un pianto sospeso che cerca compagnia, avvolge il mondo che vorrebbe stringere e che invece riesce soltanto a sfiorare.
Il weekend arriva lento, cammino tra i viali della Seattle del Piemonte con una sensazione di indeterminatezza incredibile, quasi fossi un particolare di una visione d’insieme che non può tenere veramente conto di me in questo momento. Ci si sente così a non essere niente, o forse ci si sente anche peggio ma sto cercando di appigliarmi con tutte le forze alle mie risorse mentali, alla razionalità dei pensieri che brilla come un pavimento lucidato di fresco. E mi sembra che gli alberi respirino, mi sembra che quest’anno l’autunno sia passato solo per una manciata di secondi, per lasciare un biglietto scritto frettolosamente e appenderlo alla porta, e che questo inverno sarà brevissimo, come uno di quei sogni complicati di una notte che però continuano a lungo a velare gli occhi.
Ultimamente, sarà forse per il lento e grigio inverno padano che ormai bussa alle porte, mi sto dedicando a letture “verdi” sul tema dell’ecologia e affini.
La verità è che morirei dal desiderio di possedere quattro metri cubi da riempire di terra e in cui affondare le mani ma vivo al quinto piano di un condominio in centro città, e quindi mi devo votare all’irrealizzabilità di un concreto progetto “verde”. Tutte le volte che mi capita di mettere piede in qualche posto lontano dal caos cittadino, che sia mare o montagna, sento una flebile vocina sussurrare che sarebbe bellissimo vivere così, come questi tizi che macinano la farina pedalando. Anche Thoreau sarebbe fiero di me. Eppure mi devo rassegnare a essere topo di bassa, una delle zone con le peggiori condizioni dell’aria in Italia, grazie ai fumi industriali e ai simpatici diserbanti utilizzati per la coltivazione del riso.Aggiungici un paio di centrali nucleari ed ecco che non posso assolutamente affermare di vivere in un oasi verde. C’è da dire che da noi a Seattle abbiamo ancora il privilegio di una pista ciclabile in cui non rischi di venire stirato da qualche suvvone metallizzato. Tempo fa vagavo nel cuore del traffico milanese (la cosa divertente è che ci aveva guidato lì il navigatore, il che faceva molto Ulisse irretito dalle Sirene) e ho visto un povero ciclista pedalare come un pazzo guardandosi continuamente intorno come se da un momento all’altro potesse essere schiacciato da un meteorite. Sembrava uno di quei coniglietti bianchi che ti attraversano la strada di notte e stanno lì sul ciglio indecisi se porre fine alla loro esistenza pelosa o osservare il tuo passaggio con lo sguardo terrorizzato.
Noi abbiamo ancora i coniglietti. Però abbiamo anche stagioni strane, autunni scomparsi, estati caldissime, piogge monsoniche e tutte robe che quand’ero piccola non me le ricordo e io mi ricordo tutto sicché non ce la contino, il cambiamento climatico c’è stato, eccome.
Per cui data la mia nullafacenza del periodo (cioè a parte proseguire lungo il sentiero del Sacro Pellegrinaggio dei Career Day) ho deciso di approfondire l’argomento: le porte si sono schiuse su un mondo vastissimo che va dal lavar i pavimento con l’aceto ai cento posti della terra che stanno per scomparire e un giorno resteranno solo un pugno di pixel sullo schermo. E come avrebbe detto Snoopie “Cielo!”, c’è assolutamente da darsi da fare, anche solo sforzandosi di capirne qualche cosa di più.
REM Half A World Away BBC Live
Decisamente la canzone di oggi.
“My mind is racing, as it always will”
Acquisti di ottobre al mercatino dell’usato:
1. bottoni, perché continua la raccolta di materiale con cui un giorno non molto lontano ricomincerò la mia attività sartoriale (ieri mi sono dedicata con estrema dedizione a fare l’orlo a un roboante numero di jeans e pantaloni)
2. Ultimi racconti di Karen Blixen, prima edizione curata da Bassani!, per ben un euro mi era impossibile lasciarla lì. E poi ha il classico aspetto di libro magnificamente deteriorato dal tempo, con tanto di misteriosa lettera segnalibro spedita da misterioso mittente tedesco. Lo inizio stasera.
3.Men without women di Ernest Hemingway, ce l’ho già e tra l’altro anche in inglese ma la Penguin ha qualcosa si irresistibile e poi i racconti sono veramente bellissimi, su tutti “Hills like white elephants”.
In Up ci sono tutte le cose che sognavo da bambina: una casa volante sospesa nel cielo grazie a migliaia di palloncini, un cane parlante, un’avventura in un posto esotico e lontano. Di questo film ho amato ogni singolo particolare, a cominciare dalla scelta dei protagonisti, un vecchio e un bambino non particolarmente à la page, tratteggiati con delicatezza e ironia, senza caricature eccessive, senza quella tendenza a volere far ridere sempre e per forza che hanno certi film d’animazione e che io non amo granché. Bello invece il continuo chiaroscuro tra la malinconia di un amore perduto, di un sogno che non si è riusciti a realizzare, le panoramiche pastello su fotografie sbiadite e oggetti del passato. Di Up mi sono piaciuti i silenzi, il dialogo muto tra Carl e Ellie, e la scena finale, che non racconto per rispetto a chi non l’ha ancora visto :-P, che parla di sogni che non sono mai perduti se non nel momento in cui ci rinunciamo.