La fluorescente vita degli adulti

Ad un certo punto sei fuori. Fuori posto. Te lo conferma la maggior parte delle persone con cui parli, te lo ricordano i tuoi amici più cari, te lo urlano tutti quegli oggetti che fino a ieri facevano parte di te e che a un certo punto hai cancellato mettendoti a vivere una vita che non era mai stata tua, come se di punto in bianco ti avessero assegnato il ruolo di quelli che le cose vanno sempre così, ovviamente male, ovviamente seguendo un andamento peggiorativo e quindi tanto vale provarci, tanto vale lasciar perdere, crogiolarsi nei propri tormenti e ricominciare a fumare. Gli ultimi cinque anni ti hanno convinto pienamente che l’età adulta sia un insopportabile fardello che ti cade addosso in tutta la sua interezza centrandoti in pieno proprio nel momento in cui eri riuscito a sopravvivere indenne alla piaga delle malinconie adolescenziali, dell’inadeguatezza giovanile, del fascino indiscutibile del decadentismo, dei Nirvana, di Nietzsche e di tutti quelli che avevano fatto l’Erasmus.

Ti sei convinto che crescere significhi più o meno:

1. venire inghiottiti da un impressionante numero di responsabilità che più le affronti più aumentano, più le sminuisci più ti schiacciano, più non ci pensi più ti rendono insonne, più ne parli con qualcuno più si complicano, più le vivi come un tormento interiore più ti sembra di essere l’unico a viverle e quindi ti incazzi e poi ti senti in colpa ed eccoti funestato dalla nuova responsabilità del sentirti diverso da tutti gli altri in quanto più sfigato di loro e maledettamente infelice. 

2. lamentarsi. Di tutto: del tempo che non è mai abbastanza, del tempo che non è mai quello che hanno previsto su meteo.it, del lavoro che non è quello che volevi, dei soldi che non bastano, della salute che ad avercela, degli amici che non si fanno mai sentire, della famiglia che ti assilla, della televisione che non passa più niente di interessante,  della censura a internet, delle converse che una volta potevi comprarle al mercato, delle ragazze che vogliono sposarsi, dei ragazzi che non vogliono sposarsi, del blocco dei tir, dei libri che sono troppo cari e scritti male, del cibo industriale, della cattiveria, dell’Italia che apriti cielo, del capitalismo, del governo, dell’endemica mancanza di parcheggio delle grandi città, dell’insostenibile difficoltà di perdere peso in breve tempo senza modificare le proprie abitudini alimentari e senza fare sport.

3. essere stanchi. Perennemente. Avere la certezza che ad un certo punto della propria esistenza, quando magari si era distratti da qualche futile momento di felicità, un qualche misteriosa entità abbia provveduto a succhiare via dal tuo corpo tutta la sua energia vitale restituendoti un ammasso di membra che fatica a stare sveglio oltre le 22.30; le testimonianze a questo proposito sono numerose:

-quando il sabato pomeriggio pensi di sdraiarti a letto solo qualche istante e ti risvegli che sono le sei di sera con il pigiama sbavato, i capelli a nido di chiurlo e la consapevolezza di avere sprecato alcuni fondamentali istanti della tua esistenza;

-quando esci per fare la spesa e appena trovi parcheggio sei già stanco, al solo pensiero di cercare un carrello senti le braccia flettersi nel disperato tentativo di staccarsi dal tuo corpo e a metà del corridoio scatolame provi l’irresistibile sensazione di franare su uno scaffale di olive snocciolate sottolio e restare sdraiato in una chiazza di sottolio attendendo che qualcuno ti raccolga con un mocho vileda;

-quando appena dopo pranzo fissi il computer come fosse Stephen Hawking che ti parla della teoria dei buchi neri, e pensi al vuoto, al non essere, all’immobilismo, e tutto questo solo perché hai commesso il grave errore di mangiare una milanese con puré dimenticando di quanto ultimamente la tua digestione si sia fatta pesante;

-quando il suono della sveglia la mattina è una sottile pugnalata al cuore e mentre costringi le gambe a muoversi verso il bagno avvertendole pesanti come paracarri di cobalto, impugni lo spazzolino con le tue falangi fragili come rubatà e deglutisci sorsate di caffè bollente nel goffo tentativo di resettare il tuo sistema neurologico e pensi che la vita adulta fa schifo, ma molto più schifo di quanto avresti mai potuto immaginare.

D’altro canto la situazione in cui davvero ti scontri contro la dura realtà della tua condizione di disagio è rappresentata dalle apericene con i tuoi coetanei, quelli con la montatura spessa, la frangia squadrata e un certo eloquio che spazia dai cartoni animati anni 80 ai film di fellini. Alle apericene infatti non si va quasi mai per mangiare ma principalmente per raccontarsi, analizzarsi, verbalizzare i cazzi propri in una sorta di seduta psicanalitica di gruppo. Alle apericene finisci sempre per confessare particolari intimi della tua esistenza a illustri sconosciuti che ad un certo punto della serata se ne andranno inghiottiti dall’oscurità portando via con sé per sempre il segreto della tua iscrizione a filosofia dopo la quinta superiore. L’atmosfera è goliardica, tutti sono amici; a nessuno importa se una risata è troppo squillante o una battuta troppo d’antan. Si sta insieme perché si è giovani e si è felici di esserlo e di non essere ancora dei deprimenti adulti chiusi in casa a guardare bruno vespa e a incazzarsi per l’innalzamento dell’età pensionabile. Così, in mezzo a quella sostanza esistenziale spensierata e multiforme improvvisamente diventi come un pesce fluorescente in un acquario buio. O forse sei tu a essere buio e gli altri a brillare, a raccontare di progetti, di sogni, di canzoni, di disimpegni mentre tu sorridi con la bocca piegata a metà e ti prendi mentalmente a calci in culo da solo, un po’ per espiazione, un po’ per sport. Nemmeno l’incremento del tuo tasso alcolemico può aiutarti a superare indenne il rito dell’apericena ma, al contrario, finisce pericolosamente per amplificare le tue sensazioni di inadeguatezza e così, mentre il tuo interlocutore prosegue il suo racconto di mirabolanti aneddoti, incredibili idee e progetti geniali, ogni sua parola è una pennellata all’affresco della tua atroce infelicità. Vorresti premere un invisibile tasto posto su un’invisibile poltrona su cui non siedi ed eiettarti nello spazio, a contemplare le silenziose Pleiadi insieme a Stephen Hawking che di anni ne ha molti più di te, e continuare a rimuginare in santa pace sui non detti e i non fatti, e sentirti triste e depresso e fluorescente in un quell’enorme acquario buio in cui tutti i pesci nuotano tranquilli seguendo la corrente e tu rincorri disperato la tua luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a te. Poi qualcuno che non conosci ti sorride, ti offre un vodka tonic e tu lo prendi come un segno di conciliazione tra chi ce l’ha fatta a restare al di là della barricata e a chi invece come te ha passato il segno e ti convinci che si può essere adulti pur coltivando un impercettibile margine di felicità, e confondere la propria fluorescenza col popolo delle apericene di tanto in tanto, e dimenticare il biologico e comprarsi un cordon bleu surgelato, stabilire che si è troppo esauriti e restare a casa dal lavoro, innamorarsi, entusiasmarsi per un libro, fotografarsi i piedi a un concerto e scrivere un racconto senza mettere su cena.

@4 mesi fa con 1 nota
#racconti; #fluorescenza; #età adulta 
La fluorescente vita degli adulti

Ad un certo punto sei fuori. Fuori posto. Te lo conferma la maggior parte delle persone con cui parli, te lo ricordano i tuoi amici più cari, te lo urlano tutti quegli oggetti che fino a ieri facevano parte di te e che a un certo punto hai cancellato mettendoti a vivere una vita che non era mai stata tua, come se di punto in bianco ti avessero assegnato il ruolo di quelli che le cose vanno sempre così, ovviamente male, ovviamente seguendo un andamento peggiorativo e quindi tanto vale provarci, tanto vale lasciar perdere, crogiolarsi nei propri tormenti e ricominciare a fumare. Gli ultimi cinque anni ti hanno convinto pienamente che l’età adulta sia un insopportabile fardello che ti cade addosso in tutta la sua interezza centrandoti in pieno proprio nel momento in cui eri riuscito a sopravvivere indenne alla piaga delle malinconie adolescenziali, dell’inadeguatezza giovanile, del fascino indiscutibile del decadentismo, dei Nirvana, di Nietzsche e di tutti quelli che avevano fatto l’Erasmus.

Ti sei convinto che crescere significhi più o meno:

1. venire inghiottiti da un impressionante numero di responsabilità che più le affronti più aumentano, più le sminuisci più ti schiacciano, più non ci pensi più ti rendono insonne, più ne parli con qualcuno più si complicano, più le vivi come un tormento interiore più ti sembra di essere l’unico a viverle e quindi ti incazzi e poi ti senti in colpa ed eccoti funestato dalla nuova responsabilità del sentirti diverso da tutti gli altri in quanto più sfigato di loro e maledettamente infelice. 

2. lamentarsi. Di tutto: del tempo che non è mai abbastanza, del tempo che non è mai quello che hanno previsto su meteo.it, del lavoro che non è quello che volevi, dei soldi che non bastano, della salute che ad avercela, degli amici che non si fanno mai sentire, della famiglia che ti assilla, della televisione che non passa più niente di interessante,  della censura a internet, delle converse che una volta potevi comprarle al mercato, delle ragazze che vogliono sposarsi, dei ragazzi che non vogliono sposarsi, del blocco dei tir, dei libri che sono troppo cari e scritti male, del cibo industriale, della cattiveria, dell’Italia che apriti cielo, del capitalismo, del governo, dell’endemica mancanza di parcheggio delle grandi città, dell’insostenibile difficoltà di perdere peso in breve tempo senza modificare le proprie abitudini alimentari e senza fare sport.

3. essere stanchi. Perennemente. Avere la certezza che ad un certo punto della propria esistenza, quando magari si era distratti da qualche futile momento di felicità, un qualche misteriosa entità abbia provveduto a succhiare via dal tuo corpo tutta la sua energia vitale restituendoti un ammasso di membra che fatica a stare sveglio oltre le 22.30; le testimonianze a questo proposito sono numerose:

-quando il sabato pomeriggio pensi di sdraiarti a letto solo qualche istante e ti risvegli che sono le sei di sera con il pigiama sbavato, i capelli a nido di chiurlo e la consapevolezza di avere sprecato alcuni fondamentali istanti della tua esistenza;

-quando esci per fare la spesa e appena trovi parcheggio sei già stanco, al solo pensiero di cercare un carrello senti le braccia flettersi nel disperato tentativo di staccarsi dal tuo corpo e a metà del corridoio scatolame provi l’irresistibile sensazione di franare su uno scaffale di olive snocciolate sottolio e restare sdraiato in una chiazza di sottolio attendendo che qualcuno ti raccolga con un mocho vileda;

-quando appena dopo pranzo fissi il computer come fosse Stephen Hawking che ti parla della teoria dei buchi neri, e pensi al vuoto, al non essere, all’immobilismo, e tutto questo solo perché hai commesso il grave errore di mangiare una milanese con puré dimenticando di quanto ultimamente la tua digestione si sia fatta pesante;

-quando il suono della sveglia la mattina è una sottile pugnalata al cuore e mentre costringi le gambe a muoversi verso il bagno avvertendole pesanti come paracarri di cobalto, impugni lo spazzolino con le tue falangi fragili come rubatà e deglutisci sorsate di caffè bollente nel goffo tentativo di resettare il tuo sistema neurologico e pensi che la vita adulta fa schifo, ma molto più schifo di quanto avresti mai potuto immaginare.

D’altro canto la situazione in cui davvero ti scontri contro la dura realtà della tua condizione di disagio è rappresentata dalle apericene con i tuoi coetanei, quelli con la montatura spessa, la frangia squadrata e un certo eloquio che spazia dai cartoni animati anni 80 ai film di fellini. Alle apericene infatti non si va quasi mai per mangiare ma principalmente per raccontarsi, analizzarsi, verbalizzare i cazzi propri in una sorta di seduta psicanalitica di gruppo. Alle apericene finisci sempre per confessare particolari intimi della tua esistenza a illustri sconosciuti che ad un certo punto della serata se ne andranno inghiottiti dall’oscurità portando via con sé per sempre il segreto della tua iscrizione a filosofia dopo la quinta superiore. L’atmosfera è goliardica, tutti sono amici; a nessuno importa se una risata è troppo squillante o una battuta troppo d’antan. Si sta insieme perché si è giovani e si è felici di esserlo e di non essere ancora dei deprimenti adulti chiusi in casa a guardare bruno vespa e a incazzarsi per l’innalzamento dell’età pensionabile. Così, in mezzo a quella sostanza esistenziale spensierata e multiforme improvvisamente diventi come un pesce fluorescente in un acquario buio. O forse sei tu a essere buio e gli altri a brillare, a raccontare di progetti, di sogni, di canzoni, di disimpegni mentre tu sorridi con la bocca piegata a metà e ti prendi mentalmente a calci in culo da solo, un po’ per espiazione, un po’ per sport. Nemmeno l’incremento del tuo tasso alcolemico può aiutarti a superare indenne il rito dell’apericena ma, al contrario, finisce pericolosamente per amplificare le tue sensazioni di inadeguatezza e così, mentre il tuo interlocutore prosegue il suo racconto di mirabolanti aneddoti, incredibili idee e progetti geniali, ogni sua parola è una pennellata all’affresco della tua atroce infelicità. Vorresti premere un invisibile tasto posto su un’invisibile poltrona su cui non siedi ed eiettarti nello spazio, a contemplare le silenziose Pleiadi insieme a Stephen Hawking che di anni ne ha molti più di te, e continuare a rimuginare in santa pace sui non detti e i non fatti, e sentirti triste e depresso e fluorescente in un quell’enorme acquario buio in cui tutti i pesci nuotano tranquilli seguendo la corrente e tu rincorri disperato la tua luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a te. Poi qualcuno che non conosci ti sorride, ti offre un vodka tonic e tu lo prendi come un segno di conciliazione tra chi ce l’ha fatta a restare al di là della barricata e a chi invece come te ha passato il segno e ti convinci che si può essere adulti pur coltivando un impercettibile margine di felicità, e confondere la propria fluorescenza col popolo delle apericene di tanto in tanto, e dimenticare il biologico e comprarsi un cordon bleu surgelato, stabilire che si è troppo esauriti e restare a casa dal lavoro, innamorarsi, entusiasmarsi per un libro, fotografarsi i piedi a un concerto e scrivere un racconto senza mettere su cena.

4 mesi fa
#racconti; #fluorescenza; #età adulta